Amarcord

30 ottobre 1960: anche un dio ha il suo compleanno…

di Alfonso Esposito

Per me non ci sono dubbi, sei stato il migliore in assoluto. E non è solo il cuore a parlare, mio dilettissimo Diego. Non ho mai osato scrivere di te chiamandoti per nome, perché per me, tuo fedele, valeva e vale la regola dell’impronunciabilità. Ma stavolta, per il tuo compleanno, farò un’eccezione. Eri e sei il Messia del calcio, preceduto da tanti profeti, ma unico nel suo genere. La tua epifania, in una calda giornata d’inizio luglio del 1984, mi ha visto lì presente, nel tempio del San Paolo. Papà non è entrato, lui era interista ed è rimasto ad attendermi fuori, ma quando l’ho rivisto mi ha detto “Non ho mai sentito niente di simile”. Quei palleggi in libertà col pallone calciato col divino sinistro, nel boato di quello che sarebbe diventato il tuo stadio di elezione ed in quel cielo, azzurro come la nostra maglia, erano il presagio di quello che sarebbe accaduto.

Sei stato il migliore in assoluto e non lo dice solo il cuore. Perché i miracoli che ti abbiamo visto compiere hanno dell’incredibile, hai sfidato le leggi della fisica, come quando nella prima tua stagione partenopea, nella gelida epifania dell’85 contro l’Udinese, hai fatto scivolare sul fango degli undici metri due rigori che chiunque altro avrebbe mandato ad annegare nella mota. Stesso prodigio nella ‘risaia’ di Marassi nel gennaio ’88, quando spedisti la palla alle spalle dell’esterrefatto portiere sampdoriano Bistazzoni dopo averla rapita al limite dell’area ed essertela spostata sul piede giusto accarezzandola quel tanto che bastava per concludere, movimento che avrebbe fatto inabissare nell’acquitrino qualsiasi altro tuo collega, anche tecnicamente provvisto.

Il gol era una tua creatura, tu lo plasmavi dal nulla, nel match di Coppa Italia ’84-’85 contro il Pescara, ammutolito a domicilio con un secco 3-0, eri seduto per terra ma, da divino giocoliere qual eri, fosti capace di rovesciare al volo, spalle alla porta, un pallone vagante, che sembrava perso dopo la respinta di un difensore, vanificando la disperata uscita del portiere abruzzese Pacchiarotti. E il compianto Giuliano Giuliani? Chissà per quanto tempo avrà avuto l’incubo di quella palombella tagliata da oltre trenta metri nell’ottobre del 1985 contro il Verona. Vogliamo ricordare pure Fernando Orsi, oggi apprezzato opinionista tv ed all’epoca mandato ad ingarbugliarsi nella rete nel secco 4-0 del Napoli alla Lazio, torneo ’84-’85, prima con una giravolta alla cieca da fuori area, poi con una segnatura direttamente da corner?

Ecco, secondo me quella è l’immagine più pura e più bella che hai lasciato ai posteri: infatti, dopo aver infilato il ‘sette’ direttamente dalla bandierina, rimanesti a saltellare sul posto, con lo sguardo radioso rivolto verso gli spalti, come un bambino, un pibe, appunto, impazzito di gioia per quello che, in fondo e nonostante il tentativo di farne a tutti i costi un lucroso business, resta nient’altro che un gioco. Illuminato da tanti altri miracoli in serie, specie su punizione, una delle tue tante  acclarate specialità: da manuale quella contro l’Udinese a Napoli nel novembre 1985, un tiro piazzato battuto quasi a ridosso della linea di fondo e spedito in rete con una parabola a giro sul secondo palo a sormontare malignamente Brini; o, ancora, quella leggendaria e precedente dello stesso mese ed anno ai danni della Juve, un tiro a due in area con la barriera a circa quattro metri – per Maurizio De Giovanni sono comunque meno di cinque – e il pallone telecomandato verso il ‘sette’ del primo palo, inarrivabile per il povero Tacconi, una delle sue vittime preferite. Io c’ero, e, pur bagnato dalla pioggia, bruciavo di passione. Eraldone Pecci, che ti appoggiò appena la palla, ti diede del matto, cercò perfino di dissuaderti, ma tu creasti dal nulla un gol ed una vittoria che attendevamo da anni. Perfino il mitico Enrico Ameri, certo non sospettabile di simpatie azzurre, urlò di ammirazione. Quel gol poteva sorprendere tutti, ma non chi aveva fede in te.

E non a caso quando al mundial ’86 ti prendesti gioco della detestata Inghilterra, prima col tocco della mano de Dios, poi con quello che, giustamente, è passato alla storia come ‘il gol del secolo’ (come poteva essere definito altrimenti?) tutti dissero che quello che avevano visto non era immaginabile. Ma solo per loro, calciofili di poca o altra fede. Io e tantissimi altri lo sapevamo bene che eri capace di questo ed altro, perché eri e sei, per noi, il dio del calcio. Eri e sei, per noi, il calcio. Per questo ti ho amato, ti amo e ti amerò. Senza se e senza ma. Per me eri e resti il migliore in assoluto. E se qualcuno non è d’accordo, peggio per lui. Il cuore azzurro ha ragioni che la ragione non azzurra non può comprendere. Specie quando le ragioni del cuore azzurro incontrano i sogni di milioni di ragazzi come me, che grazie a te hanno vissuto l’orgoglio di essere napoletani, scudettati solo con te. Auguri, Diego. E grazie per aver scelto proprio Napoli per la tua definitiva consacrazione.

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