Calcio Internazionale

Lode a Panenka, burlone sovversivo

di Alfonso Esposito

Più che un ‘cucchiaio’ fu un vero e proprio colpo di piccone. Da tempo me ne sono convinto, la prima breccia nel muro di Berlino fu aperta proprio quella sera del 20 giugno 1976, quando la primavera cedeva il passo all’estate ed Antonin Panenka, baffuta e corpulenta mezzala offensiva del Bohemians Praga col numero sette sulla schiena, si trovò a dover calciare il rigore decisivo nella finale degli Europei in Jugoslavia, risolta con i tiri dal dischetto, visto il 2-2 dei tempi regolamentari. Responsabilità tremenda, poiché appena prima il teutonico e biondo Uli Höness aveva fatto cilecca. Antonin non poteva fare fiasco, avesse segnato la Cecoslovacchia avrebbe aggiornato l’impresa biblica di Davide che aveva abbattuto l’enorme Golia. Perché tale sembrava la gloriosa Germania ovest, campione del mondo e d’Europa in carica, trascinata dal leggendario Beckenbauer.

Una lunga rincorsa contro Sepp Maier, gli occhi fissi sul pallone e la mente che, nel giro di pochissimi secondi, ripercorre vorticosamente le strade della sua Praga. Lo stesso Panenka ha poi dichiarato che se avesse fallito sarebbe finito a lavorare come operaio per trenta e passa anni. Timori di chi, ventenne, ha conosciuto la ‘primavera’ del ‘68 e ricordava quel fervore straordinario che aveva illuso un po’ tutti sulla possibilità di vivere un ‘socialismo dal volto umano’, come lasciava sperare la svolta riformistica tentata da Alexander Dubček, ma ben presto dissoltasi nella ‘normalizzazione’ imposta da Mosca a forza di truppe e carrarmati. Son passati otto anni, Antonin ne ha ventotto e gioca in una nazionale che, grazie al c.t. Václav Ježek, è riuscita a coniugare, finalmente, le due grandi anime della nazione, ceca e slovacca, fino a cementarle in un blocco tetragono e coeso. Quella selezione non vanta stelle di prima luminosità come ‘Kaiser Franz’ o ‘sua maestà’ Johan I d’Olanda, al secolo Cruijff, sbattuto fuori dalla finale proprio dai cecoslovacchi. Nessun fuoriclasse, ma un gruppo più compatto del granito che si fa forte di una mirabile e ben riuscita ‘collettivizzazione dei mezzi di produzione’ del gioco. In fondo, la nazionale danubiana rappresentava pur sempre l’est europeo, fieramente contrapposto all’occidente capitalista e  filoamericano.

Tutto questo ed altro dev’essere passato per la mente di Panenka prima di quel rigore decisivo. Che assumeva una valenza simbolica ben oltre l’ambito puramente calcistico. Non sia mai l’avesse sbagliato, l’accoglienza in patria non sarebbe stata certo di quelle da augurarsi. Altro che partita di pallone, quella sera del 20 giugno andava in scena ancora una volta la contrapposizione tra due concezioni politiche e storiche totalmente antitetiche. Di questo Antonin era consapevole, secondo quanto ha confessato tempo dopo. Ed allora, quasi a volersi ribellare alla strumentalizzazione di quello che, una volta, era definito il gioco più bello del mondo, decide di cedere alla lucida follia di un’ispirazione tanto geniale quanto rischiosa. Non inventa nulla, sia chiaro, perché un colpo del genere – il piede che s’insinua morbido sotto la sfera di cuoio per disegnare una parabola appena accennata e tanto, ma tanto beffarda – lo aveva già provato in patria. Quel tiro mancino, seppur eseguito col destro, non sempre gli era riuscito in campionato, ma Maier, che stava al di là della cortina di ferro, che poteva saperne? Il ‘cucchiaio’  – o ‘scavetto’, come viene definito snobisticamente oggi – era nato prima, ma è quella sera a Belgrado che stupisce tutti, irridendo il portiere tedesco e, con lui, tutta la pesantezza di tutto quel cliché serioso e fin troppo disciplinato di vivere la vita e di vedere il mondo e lo stesso sport, messo a sedere per terra con Maier.

Fedele allo spirito bohémien, cioè scanzonato ed anticonformista, che aveva ispirato il nome stesso del suo club, Panenka anticipa, rovesciandola, la prospettiva che il suo connazionale Milan Kundera consacrerà sei anni più tardi nel suo celeberrimo “L’insostenibile leggerezza dell’essere”. Anzi, volendo imitare la goliardia di Antonin, si potrebbe perfino sostenere che è Kundera ad ispirarsi a Panenka ed alla sua plateale contestazione della seriosità con la quale si viveva non solo il calcio, ribaltandone la visione esistenziale. Col ‘cucchiaio’ di Panenka rivive, anche se solo per un attimo, la primavera di Praga, con tanti saluti alla successiva e ferrea restaurazione voluta dal palazzo del Cremlino. Ecco perché, a pensarci bene, si può anche credere che la prima picconata al muro di Berlino sia stata sferrata proprio quella sera, ben prima del 1989. Oggi Panenka lotta contro il Covid: forza, Antonin, fai il ‘cucchiaio’ pure a lui e regalaci anche in questi tempi tristi un altro sorriso. Proprio come quella sera a Belgrado.

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