Calcio Internazionale

Günter Netzer, l’angelo ribelle

di Alfonso Esposito

Lo vedevi così, alto, biondo, bello, di bianco vestito e non potevi non pensare che fosse un angelo. E per la gente di Mönchengladbach questo era il concittadino Günter Netzer, che assolveva la missione di manifestare in terra il paradiso calcistico. Con i bianchi del Borussia aveva conosciuto la Bundesliga, vincendo con loro due titoli nazionali, con i bianchi della Germania ovest si aggiudica un Europeo nel ’72 e lo stesso anno, a pari merito con Gerd Müller, si piazza secondo nella graduatoria del ‘Pallone ‘oro’, alle spalle del rivale di sempre, Franz Beckenbauer, e sopravanzando sua maestà Johan Cruijff, col quale condivideva non solo il ruolo di trequartista o regista avanzato, ma anche un atteggiamento di fondo anarchico.

Perché Netzer, la casacca numero dieci come una seconda pelle, in campo coniugava una tecnica straordinaria con un altrettanto raro spirito d’improvvisazione. Celebri – e molto temute dagli avversari – le sue repentine e vorticose incursioni palla al piede, con la lunga zazzera dorata fluttuante al vento e quella falcata ampia, poderosa ed imprevedibile che travolgeva ogni opposizione. Questo non voleva dire che amasse correre, nel Borussia ed anche in Nazionale c’erano Berti Vogts, Rainer Bonhof ed Herbert Wimmer che sgobbavano e sudavano anche per lui, ma quando azionava il turbo con le sue lunghe leve non c’era altro modo per fermarlo che ricorrere al fallo.

Nientemeno che il Real Madrid, nell’estate del 1973, provvede ad acquistarlo allo scopo di rispondere per le rime al Barcellona, che nella stessa sessione di mercato era riuscito ad ingaggiare Cruijff. La prima stagione, stavolta con indosso il bianco madridista, è deludente per i tifosi delle merengues, ma le due successive vedono trionfare nella primera division proprio il Real di Netzer, al quale nel frattempo era stato affiancato anche il capelluto e baffuto connazionale Paul Breitner, che certo non gli era inferiore almeno quanto ad inclinazioni anticonformistiche.

Ma, al di là di tutto questo, Günter è ancora oggi ricordato dagli appassionati calciofili per la nota rivalità nella Nationalmannschaft con Wolfgang Overath, talentuoso rifinitore mancino del Colonia. I due hanno diviso la Germania federale così come gli italiani parteggiavano o per Rivera o per Mazzola. Helmut Schön nei mondiali del ’74, pur lasciando a Netzer la n. 10, punta deciso su Overath (che, tuttavia, deve accontentarsi della n. 12) e così all’angelo biondo di Mönchengladbach non resta che la miseria di una ventina di minuti nella ‘epica’ sconfitta contro i cugini della DDR. Molto si è discusso (ed anche favoleggiato) su questo dualismo, in realtà le ragioni che fecero pendere l’ago della bilancia a favore di Overath non sono state solo tecniche.

Vero è che quest’ultimo giocava quasi esclusivamente di sinistro – a differenza di Netzer che sapeva essere ambidestro e, per questo motivo, almeno teoricamente si poteva far preferire – ma in quella Germania, nella quale Beckenbauer svolgeva la funzione di fulcro insostituibile ed anche di regista arretrato della manovra, una presenza accentratrice e non ‘addomesticabile’ (coerente con la sua personalità indipendente) come quella di Netzer stonava non poco. Meglio il genio più disciplinato di Overath, che peraltro era meno portato del biondo rivale a giostrare a tutto campo, prediligendo la zona che andava dalla trequarti in su.

Se Günter, con suo vivo rammarico, dovette accontentarsi di far da spettatore in panchina quando il Kaiser e compagni alzarono in cielo la coppa del mondo, fu per motivi pure, se non soprattutto, tattici e temperamentali. Ma, forse, anche grazie a questo Netzer ha affascinato ed affascina tuttora gli appassionati di football, per il suo essere al di fuori degli schemi, non imprigionabile nei rigidi confini di un identikit predefinito. L’angelo biondo, che oggi (esattamente tre giorni dopo Beckenbauer…) compie 76 anni, ha lasciato in eredità agli amanti del bel gioco le travolgenti sgroppate che squarciavano in due le difese nemiche, gol ed assist pennellati che, a guardarli ancora adesso, fanno crescere il rimpianto per una concezione del calcio molto bohémien, oggi quasi estinta. Se ciò, in termini esclusivamente statistici, non ha fruttato a Netzer tutti i successi che avrebbe meritato in ragione di un talento e di un carisma indiscutibili poco importa. Perché per lui il pallone era e restava divertimento allo stato puro. Null’altro.

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