Calcio italiano

Roma-Torino 3-2, 20.04.2016

di Luigi Della Penna

Rimonte, capitolo 6

E alla fine arriva Francesco.

E alla fine di tutto questo, arriva il Capitano.

Il romanismo è in crisi esistenziale come forse in un paio di circostanze dal 1927: il Capitano è da tempo in rottura con Luciano Spalletti, a Trigoria si vivono attimi di tensione evidenti.

Tre giorni prima, all’Atleti Azzurri d’Italia di Bergamo, proprio Totti era entrato a dodici minuti dalla fine e aveva realizzato, al 43′, il gol del tre a tre, mantenendo così l’Inter a distanza dalla zona Champions.

Partita numero 34, turno infrasettimanale, l’Olimpico come teatro, il Torino da sfidare. La partita si rivela avvincente, le emozioni non mancano dall’una nè dall’altra parte, i granata passano in vantaggio al 35′ con un rigore trasformato da Andrea Belotti.

La Lupa non si arrende, Salah e Nainggolan mordono, ma non vanno a segno,  Szczesny deve guardarsi da Josep Martinez, attaccante venezuelano che se fosse bravo nel calciare quanto lo è nel dribbling, almeno quella sera, avrebbe potuto consegnare agli annali un altro risultato.

Kostas Manolas pareggia i conti al quindicesimo della ripresa, con un colpo di testa inesorabile che si insacca a fil di palo.

Colpo di coda capitolino?

No, niente affatto perchè il Toro spinge e al tramonto del match, quando mancano dieci minuti al termine, trova il vantaggio proprio con Martinez, lesto ad anticipare un dormiente Maicon.

Punto a capo.

Spalletti può ascoltare una dolce nenia che, lentamente, sta per abbattersi su di lui e sul pianeta Roma: occorre far entrare l’uomo che i romanisti adorano da ormai tre decenni, quel Totti ormai diventato guida spirituale di un popolo e allo stesso tempo una bomba pronta a far saltare tutto e tutti, almeno per il tecnico.

Non possiamo restare ancorati a Totti, non cresceremo mai con la sua figura ingombrante tra i piedi.

Ma non è forse il Capitano ad avere il dovere di salvare la nave e i suoi passeggeri?

E così sia.

Minuto 86, esce Seydou Keita ed entra il numero Dieci. La Roma si appresta a battere un calcio di punizione dalla destra, è pronto Pjanic. Palla deliziosa verso il primo palo, Manolas spizza sul secondo, sbuca lui, Francesco Totti, in spaccata, come se il tempo non fosse mai passato, come se fosse ancora il Pupone coccolato dei tempi dello scudetto del 2001. Lacrime scorrono, nonostante tutto, lui c’è sempre.

I secondi scorrono inesorabili e la Roma ha la possibilità di vincere un match che sembrava ormai perso. Diego Perotti, quando siamo ormai vicini all’epilogo, crossa, Maksimovic interviene, Calvarese assegna il rigore ai capitolini, ingiustamente, perchè il difensore del Toro tiene il braccio attaccato.

Il destino sembra fare l’amore con la Storia, quella di Totti. 

Attimi lunghi e spasmodici scandiscono la veglia, il Capitano è fermo all’interno dell’area avversaria, calmo, in  attesa del suo momento.

Arriva il fischio dell’arbitro.

Il cuore in gola come la prima volta.

Un saltello per sciogliere i muscoli.

La rincorsa è scandita da passi decisi.

Il destro è angolato quanto basta.

Il Capitano ha salvato la nave.

I tifosi giallorossi godono di quegli istanti come chi sa che, con tutta probabilità, difficilmente ne vedranno molti altri in futuro. Ormai sono, siamo stati, noi tutti amanti di questo gioco, abituati a considerare la Roma e Francesco un’unica entità indissolubile. Invece no, tutto ha una propria fine, ma il tempo possiede il potere di lenire certe ferite, di rimarginare piaghe dell’anima con le quali non siamo pronti a convivere.

Ma la Roma senza Totti non è la stessa cosa, ancora oggi.

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